Aiuti alimentari, è tempo di scelte coraggiose

“La Carità non si ferma”, è la campagna avviata dalla Caritas diocesana di Padova per raccontare la prossimità di parrocchie e Caritas parrocchiali alle persone e alle famiglie colpite dalla crisi economica generata dall’emergenza sanitaria in corso. Un pensiero che ben sintetizza la presenza sollecita, intensificata, assidua della Chiesa nei territori in questi mesi.In quasi 50 anni di storia le Caritas hanno imparato l’importanza di osservare a partire dal contare gli incontri, le richieste, gli interventi. Oggi, i primi numeri parlano chiaro: una moltitudine di persone chiede aiuto, e lo chiederà ancora per molto tempo. Una recente indagine di Caritas Italiana fotografa una condizione nazionale allarmante: + 105% di nuovi accessi ai servizi. Ma è a livello locale che i numeri parlano con più forza.A Roma, al netto delle numerose donazioni, la stima della spesa straordinaria necessaria a coprire l’incremento delle richieste di aiuto alimentare è di 50 mila euro per gli Empori e 30 mila euro per i pasti nelle mense. L’emergenza alimentare è così ampia che i vescovi della diocesi hanno esplicitamente richiesto alle parrocchie di impegnarsi nella raccolta di generi alimentari di prima necessità da distribuire alle famiglie. A Potenza le richieste di aiuto segnano un + 90%, con punte di incremento del 150% in alcuni centri della diocesi. Oscilla tra il 30 e il 60% anche l’aumento delle richieste di aiuto a Castellaneta, e arriva a più 35% anche a Trieste. Nella diocesi di Milano 16.500 famiglie chiedono aiuti alimentari alla Caritas, 5 mila in città, e sono raddoppiate rispetto al periodo precedente alla pandemia. La lista sarebbe lunga quanto l’elenco delle 218 diocesi, tra le quali Siracusa, dove l’incremento delle richieste di aiuto ha toccato la mirabolante quota di +563%. 

Può solo alleviare una precarietà crescente

In ogni Chiesa locale si ritrova la tessera di un mosaico di povertà crescente: bisogni nuovi, richieste urgenti nell’Italia in emergenza. Ma si rinviene anche un collage di solidarietà, composto da volti di operatori e volontari impegnati, insieme ad altre realtà dei territori, in una straordinaria opera di raccolta, confezionamento e consegna di aiuti materiali, e alimentari prima di tutto, nei centri di distribuzione, a domicilio, attraverso le mense.Oggi, i buoni spesa acquistati e distribuiti dai comuni con i 400 milioni del programma di “Solidarietà alimentare”, lanciato dall’ordinanza della Protezione civile del 29 marzo, si vanno esaurendo. Le donazioni, fisiologicamente, stanno gradualmente perdendo slancio, dopo aver alimentato per due mesi la rete di realtà caritative piccole e grandi. Intanto, i primi 50 milioni di stanziamento straordinario per il Fondo nazionale di aiuto agli indigenti non sono ancora stati finalizzati, e il Decreto rilancio ne ha stanziati ulteriori 250.Nel paese aumentano le richieste di prodotti Fead – il programma europeo di aiuto agli indigenti, che in Italia interviene prevalentemente sulla povertà alimentare – da parte di comuni, parrocchie, associazioni di volontariato attualmente non accreditate ad Agea per la gestione del programma, ma comunque impegnate nella distribuzione di pacchi spesa alle famiglie rimaste prive di reddito. Mentre le derrate garantite dallo stesso Fondo europeo per il 2020 stanno giungendo con oltre un mese di ritardo ai magazzini oramai svuotati delle organizzazioni di volontariato e delle parrocchie, che in queste settimane hanno cooperato con i Coc dei comuni nella gestione degli aiuti.Quante siano, e quante saranno ancora nei prossimi mesi, le persone e le famiglie che richiedono cibo è difficile dirlo con precisione. Nella prima fase dell’emergenza è stato importante scongiurare il rischio di lasciare qualcuno indietro, provvedendo a una distribuzione la più ampia possibile, evitando il più possibile di porre barriere all’accesso degli aiuti. E se è probabile che non manchino sovrapposizioni di nominativi negli elenchi dei beneficiari delle varie organizzazioni caritative, è indubbio che un pacco spesa possa al massimo alleviare una condizione di precarietà crescente, che solo la disponibilità stabile di reddito può effettivamente tamponare nella faticosa attesa della ripartenza di un sistema mai così provato in ampiezza e profondità. 

Pensare, per non tornare a logiche assistenziali

«Siamo tornati indietro di anni luce», è il commento preoccupato degli operatori pastorali che, nelle Caritas diocesane, avevano faticosamente investito gli ultimi 10 anni di lavoro ad affrancare le reti pastorali dalle logiche assistenziali generate dall’onda lunghissima della crisi economica, che oggi l’emergenza legittima con la forza dell’evidenza del bisogno. Nel turbinio di richieste, donazioni, acquisti, trasporti, carico, scarico, consegne… pensare è difficile. Ma è la richiesta costante formulata dalla Caritas diocesana, attraverso la compilazione dei questionari che Caritas Italiana ha inviato alle diocesi nelle prime settimane dell’emergenza: «Aprite spazi di pensiero». Quasi un ultimatum, per alcune realtà, che intuiscono l’occasione per investire nell’accompagnamento delle comunità e delle persone, e percepiscono il rischio di perdere questa opportunità forse irreparabilmente, trascinando a tempo indeterminato non tanto l’assistenza, ma la logica assistenziale. Un rischio tanto più concreto se si considera che, già a novembre 2019, il Flash Report di Caritas Italiana evidenziava come, presso gli oltre 2.100 centri di ascolto, in 187 diocesi, l’erogazione di aiuti alimentari cresceva, nonostante il diminuire delle richieste.Occorre ribadirlo con chiarezza: l’urgenza del bisogno materiale non è in discussione, ma è necessario liberarsi dal rischio di confondere il fine con i mezzi, sul piano sociale come su quello pastorale, ammesso che possano viaggiare su piani distinti. Gli aiuti materiali sono lo strumento, non il mandato né l’oggetto di lavoro delle Caritas. La loro efficacia in termini di promozione, animazione, accompagnamento, dipende dal modo in cui vengono utilizzati. Centrale è il tema del dono e della condivisione, assai più di quello dell’efficienza della prestazione. Lo conferma la prospettiva di almeno tre protagonisti dello scambio che si determina in occasione dell’erogazione di aiuti alimentari.

Le persone che chiedono aiuto

Prioritario è considerare le vite delle persone che hanno chiesto aiuto, e di quelle che ancora non hanno potuto farlo. Da tempo le Caritas diocesane hanno imparato a collocare l’aiuto alimentare in un sistema complessivo di risorse, garantendone la connessione con altri strumenti, a supporto di percorsi di promozione umana. Ma l’esperienza di questi mesi va oltre e, anche a livello parrocchiale, può sollecitare l’opportunità di rivalutare l’offerta di cibo come bene libero e liberato da qualsiasi vincolo di corrispondenza (tipico della risposta) all’occasione (il regalo), al merito (il premio) e persino al bisogno (l’aiuto). È un’attenzione concreta, per quanto immateriale, evidente nelle parole della giovane ospite di un centro di accoglienza Caritas, impegnata nel confezionamento di pacchi alimentari, che ha chiesto agli animatori di acquistare dolciumi per i bambini; o nell’esperienza del message in a bottle della Caritas diocesana di Rimini, alla quale anche Papa Francesco ha voluto partecipare.Il cibo donato può liberare chi lo riceve non soltanto dall’obbligo di restituirlo, ma soprattutto dalla fissità di sguardo sulla propria condizione di deprivazione o fragilità che è la base, spesso inconsapevole, delle dinamiche assistenziali.

Le persone che aiutano

Soprattutto nelle regioni più colpite del paese, gli animatori delle Caritas hanno condiviso, anche vivendola direttamente, l’esperienza del lutto, della malattia, dell’isolamento, della insignificanza. Il dolore, la rabbia per quello che è stato perduto, l’impotenza, il timore e l’incertezza per un futuro che spesso nemmeno di riesce a intra-vedere, caratterizzano le giornate di chi è aiutato come di chi aiuta. Gli operatori diocesani, chiamati spesso supplire l’azione dei volontari anziani costretti in quarantena, hanno imparato a guardare con altri occhi gli sforzi delle parrocchie e ri-conosciuto la necessità e il potenziale di quell’aiuto, a volte bollato troppo frettolosamente come assistenziale.C’è un aspetto della promozione della testimonianza della carità che – soprattutto in situazioni di emergenza, quando è urgente saper (rac)contare i bisogni – rischia di sfuggire: la necessità di “cercare perle”, di promuovere e sostenere – anche sul piano economico – esperienze di prossimità e partecipazione diverse da quelle cresciute all’ombra delle Caritas diocesane.La capillarità della rete candida le parrocchie a un ruolo ancora importante nel concretizzare esperienze di prossimità e interventi per chi si trova in difficoltà. Ma l’estrema fragilità dei singoli nodi e dei legami tra questi, rende il sistema fortemente dispersivo. Può essere il tempo di valutare un nuovo equilibrio tra la cura delle esperienze diocesane di carità e le risorse da dedicare alla (ri)vitalizzazione di presenze parrocchiali o interparrocchiali (comunque organizzate).

Le comunità nei territori

Nei mesi di lockdown, nell’impossibilità di ritrovarsi per la celebrazione eucaristica, con la sospensione delle catechesi e la chiusura degli oratori, delle dimensioni costitutive della Chiesa solo la carità, banalmente riconosciuta come servizio, ha avuto il privilegio del pubblico riconoscimento di “essenziale”. I fatti raccontano come le Caritas diocesane e parrocchiali abbiano affiancato smarrimento e dolore, intercettato richieste di aiuto, contenuto tensioni sociali, e lo abbiano fatto anche lavorando con realtà sbocciate ben oltre l’ombra del campanile: imprese, enti del terzo settore, gruppi informali, singoli cittadini.Finora si è trattato soprattutto di organizzare filiere lineari per il reperimento, il trasporto e la distribuzione di beni materiali, per garantire la migliore finalizzazione delle risorse. Attenzioni doverose e risultati encomiabili. Ma il dono, in tante esperienze, ha già travalicato l’efficienza. È piuttosto eccesso, e all’apparenza spreco. È energia che si libera da una reazione a catena, che trascina la valorizzazione di ogni singola disponibilità (dal cibo al tempo dell’ascolto, dal mezzo di trasporto alle competenze amministrative, dalle risorse economiche al magazzino) in relazione con le altre, attorno al diritto di tutte le persone di stare bene, non solo di sopravvivere

Alleanze, non solo collaborazioni

Le restrizioni imposte dal distanziamento sociale condizionano pesantemente la ripresa di tutte le attività economiche e sociali. Anche la pastorale, come i trasporti, la scuola, la sanità, dovrà riformularsi in modalità più sparse – non disperse – ma più connesse, per garantire a ciascuno la possibilità di essere raggiunto e di raggiungere, di essere significativo del piccolo e appartenere, cioè contribuire, nel più grande.Può essere il tempo di scelte coraggiose: di sperimentazioni che accompagnano, più che di progetti che ordinano; di competenze da diffondere, più che di task force da creare; di alleanze vere, non solo di collaborazioni. «Ciò che si vede dipende da come si guarda», insegna il filosofo e teologo danese Kierkegaard. Le parrocchie restano il volto della Chiesa sul territorio, e a partire dai loro magazzini hanno dimostrato di meritare un nuovo sguardo. Monica Tolao


Monica Tola, Caritas Italiana
Nata in Sardegna, sposata, mamma di due bambini. Dal 2000 lavora in Caritas Italiana, dove attualmente, all’interno dell’Ufficio Politiche sociali e Promozione umana, è impegnata nell’accompagnamento delle Caritas diocesane in ambito di progettazione sociale. Si occupa in particolare del collegamento dei servizi per la distribuzione di aiuti materiali.
Rappresenta Caritas Italiana al “Tavolo per la lotta agli sprechi e per l’assistenza alimentare” presso il Ministero della Politiche agricole, alimentari forestali e del turismo.